Filosofia.

Il calcio è una metafora della vita.

In questa frase di Jean Paul Sartre, conosciuta qualche anno fa tra i banchi dell’Università, ho trovato risposta e consapevolezza ad una sensazione giovanile che, nel tempo, stava fiorendo. Il campo da gioco è, senza dubbio, una delle migliori palestre entro cui attuare, da un lato, l’accettazione delle regole e delle responsabilità e, dall’altro, esercitarsi alla contemplazione e alla pratica del gioco. Partendo dall’etimologia del termine gioco, solitamente legato ad un’attività infantile, arriviamo ad una rivalutazione pedagogica del gioco, avvalendosi del pensiero di due grandi del passato, Huizinga e di Fink, i quali, invece, lo descrivono e lo elevano ad attività totalmente seria, poiché nel gioco si vincono gli apparenti dualismi tra libertà e regole, serietà e leggerezza, realtà e finzione, senza che venga meno la qualità profondamente estetica del gioco, che si materializza nella bellezza dei gesti dei partecipanti. In quei gesti, che hanno la loro ragion d’essere nell’esattezza del tempo, si alimenta lo stupore che pervade gli occhi di chi gioca, ma anche e soprattutto di guarda. Quella sensazione di stupore, che è uguale sia per un bambino che per un adulto, per un giovane nipotino o per un anziano nonno, è ciò che custodisce il mistero del gioco, la sua essenza.

E così, una parata di Buffon e un gol di Messi, non rimangono solo gesti tecnici fini a se stessi, ma diventano uno strumento di rappresentazione finale di un processo ben più lungo e articolato. L’origine di quelle esecuzioni finali va però ricercato nel pensiero iniziale che muove l’azione finale. Tutti i grandi allenatori, da Mourinho a Bielsa, da Ancelotti a Guardiola, sono filosofi-registi che si confrontano sul campo con idee tattiche tra loro divergenti, ma che, nonostante le diversità, focalizzano la loro attenzione nella creazione di quel fine comune che è il bene della squadra. Convivere in una squadra ha come priorità assoluta l’accettazione di un sistema di regole, proprio come vivere in una società civile.
Regole che, come detto in precedenza, se da un lato limitano la libertà individuale, dall’altro garantiscono la sopravvivenza dell’individuo all’interno del gruppo e del gruppo stesso.
La vera libertà è nella scelta di auto-limitarsi.

Gioco e continuo a giocare perché ho scelto di farlo. Anche se non è la tua vita ideale, puoi sempre sceglierla. Quale sia la tua vita, sceglierla cambia tutto.

Ed è evidente come, tra tutte le scelte possibili all’interno di un contesto di squadra, il ruolo del portiere sia quello che meglio incarna la capacità di scegliere. Il lavoro sul campo, per diventare un buon portiere, diventa quindi un percorso molto simile a quello che conduce ad essere dei buoni uomini.

Tutti i portieri che tornano al campo, anche e soprattutto dopo una delusione, non sono altro che uomini che focalizzano e sfidano le proprie paure, assumendosi le responsabilità difronte alle situazioni che la vita gli pone nel loro cammino.

Allora hanno senso quelle vite che, nonostante la fragilità, si fanno carico del problema. Non hanno senso quelle che il problema lo ignorano, come se vivessero nel tempo della beata innocenza.

Per scegliere tale responsabilità, e capire cosa si deve sfidare, è assolutamente necessario conoscere il linguaggio, poiché il linguaggio è ciò che distingue, definisce, nomina, cioè attira le cose nel dominio dello spirito. Ci consente di dare i nomi alla vita, e alla nostra esperienza, perché, con esso e attraverso esso, si nominano le cose, alcune molto semplici, altre molto complicate. Nominare è una cosa preziosa per tutti; si danno i nomi alle cose, per difendersi dalle cose. Se non sapessimo nominarle, non sapremmo cosa sono. Se non sapessimo nominarle, non potremmo accettarle o, viceversa, sfidarle. Nominare è, sostanzialmente, scelta. Scegliere è questione di gusto, e in quanto gusto, di bellezza. Nominare e giocare si incrociano lì, nel campo dell’estetica; nel valore profondo di bello. E quindi la bellezza (del gioco) può salvare il mondo? Il campo da gioco è, come detto, una delle migliori palestre entro cui attuare, da un lato, l’accettazione delle regole e delle responsabilità e, dall’altro, esercitarsi alla contemplazione e alla pratica della bellezza, attraverso la bellezza del gioco.

L’esercizio di questa attitudine ci porta là fuori, nella vita, a saper riconoscere ciò che è bello e giusto, da ciò che – invece – rappresenta il male, e la sua banalizzazione.
Quello che vi ha portato fino a qui, sulle pagine di questo sito è un viaggio lungo, per certi versi contorto, colmo di domande, in cerca di nuove risposte. E così adesso, dovrebbe essere lecito aspettarsi che qualcuno qui dia delle risposte e tiri delle somme conclusive.
Nell’eterna contraddizione in cui il ruolo dell’Allenatore è collocato, poiché da un lato è trasmettitore di conoscenze e di competenze e, dall’altro, deve essere sempre pronto ad essere il primo critico del suo presunto sapere, quello che oggi sono in grado di cogliere con assoluta certezza, e riportare su queste pagine, è solo questa ingrata responsabilità con la quale ogni giorno dobbiamo vivere e convivere.

La facoltà d‘illuderci che la realtà d’oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall‘altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d’oggi è destinata a scoprire l’illusione domani. E la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita.

(Pirandello – Uno, Nessuno, Centomila)

L’illusione di domani. E la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita.
Il mio auspicio è che chiunque sia giunto a questo punto, si senta come adesso mi sento io: come il giovane Faust raccontato da Goethe. Il Faust di Goethe narra la leggenda di Faust, il cui nucleo centrale consiste nel patto che il giovane siglò con Mefistofele. Costui ebbe l’anima di Faust in cambio di una vita che il giovane spese all’insegna della conoscenza e del piacere. Il protagonista, all’inizio ancora immaturo, attraverso una catena fantasmagorica di vicissitudini, riuscì a raggiungere il massimo livello d’illuminazione e liberazione. Un poema che ha segnato uno solco a metà tra la modernità cristiano-luterana e la rivoluzione scientifica. E in tutta l’opera il motivo della “ricerca che salva” come fedele compagnia di viaggio. Nel Prologo, Faust fu scelto dal Mefistofele proprio per la sua sete di sapere: “nulla, né vicino né lontano, appaga il suo animo sconvolto”. Subito dopo Dio, parlando di Faust, confessò a Mefistofele: “Se ora mi serve solo confusamente, / io lo guiderò presto alla chiarezza. / Quando il virgulto è verde il giardiniere / sa che il futuro porterà fiori e frutti”.

E così sarà. Alla fine, quando Faust avrà fatto l’esperienza del mondo, dell’amore e del dolore, anche per lui – come per la coscienza hegeliana – il ‘calice’ ormai traboccherà. Ed in punto di morte l’angoscia lo invase, quando sentì “la notte farsi più profonda”; ma solo allora, nel buio più profondo, “vide più chiaro dentro di sé”. Cadde riverso tra le braccia dei Lemuri, dopo aver pronunciato le parole del patto: “All’attimo direi: Sei così bello, fermati!”.
Perse la sua scommessa e la vita, ma salvò la sua anima:
“Chi sempre faticò a cercare, noi possiamo redimerlo!”

Sono queste le parole che gli angeli dissero mentre sottraevano ai demoni l’anima di Faust, per sollevarla in cielo. Ed è nell’ultimo pensiero di Faust, prima di cadere, che troviamo speranza: bonificare un immenso terreno acquitrinoso per aprire spazi di vita a milioni di esseri umani.
E proprio su questo suolo, sebbene cieco e distrutto nel fisico, Faust ebbe la suprema visione:
“Stare su un suolo libero, con un libero popolo”.

Il tema della ricerca, della fame di sapere, del confronto, del senso della responsabilità e la percezione della stessa. Siamo partiti da un pallone, da un campo da calcio, e ci ritroviamo qui a discutere sul senso della vita e a chiederci del perché siamo al mondo.

Credo che il nostro umile dovere, e il nostro piccolissimo ruolo nel mondo, sia quello di trasmettere sete di conoscenza. Ma questa è la nostra più alta e nobile responsabilità, come allenatori, come formatori, ma soprattutto come uomini.

Conta ciò che insegniamo? No, perché quello muterà.
Conta come lo insegniamo? Si, perché quello rimarrà e segnerà.

Benvenuti su questo sito, alla ricerca del nostro “Come”.
La nostra piccola briciola d’eterno. L’unica che io conosca.

Francesco Farioli